1971/1980

PROG ROCK ITALIANO

E’ il 1994, ho 5 anni, papà compra “La Repubblica” e inizia la raccolta de “L’Italia del Rock”. Quel maledetto Volume 5 ha una Tracklist che mi fulmina. Banco del Mutuo Soccorso, Rovescio della Medaglia, Balletto di Bronzo, Perigeo, PFM, The Trip, New Trolls (mamma mia “Concerto grosso”, da pelle a ciccia di gallina). In tre parole: rock progressive italiano.

Lo ascolto con papà, vero appassionato del genere, che mi nutre a pane e mellotron, non biberon. Mi si apre il mondo de Le Orme, de La Locanda delle Fate, dei Biglietto per l’Inferno, dei Museo Rosenbach, degli Area. In tarda adolescenza Ivan si scoppia un cineforum personale di film polizieschi anni ’70 e mi fa scoprire pure gli Osanna e le orchestrazioni di Luis Bacalov. In pratica sono le colonne sonore poliziesche, prima dei Calibro 35 (che amo a stecca) che voi tutti avrete conosciuto dopo l’uscita della serie Blanca.

mi son resa conto di aver elencato una serie di nomi di gruppi. Cliccate su Play sulla playlist di Spotify e procediamo, qui si parla di Museo Rosenbach e Area. Inutile che vi parli di PFM e New Trolls, perchè spero che voi tutti li conosciate.

MUSEO ROSENBACH

Gruppo paura formato nel 1971 a Bordighera (da mattino a sera, Maracaibo!). Peccato che negli anni si sia parlato spesso, volentieri e quasi unicamente della copertina dell’album Zarathustra. Si tratta di un inquietante volto di uomo, formato da un collage di diverse immagini, come le sbarre di un carcere, bambini poveri e un busto di Mussolini. Scandalo vero, soprattutto considerando che la maggior parte della scena prog italiana dell’epoca era schierata a sinistra.

La casa discografica ed il gruppo tentano invano di proteggersi dalle accuse. Sul retro ci sono due polsi incrociati, un braccio ha una siringa piantata in vena, mentre nell’altra mano (quella con il polso addobbato da orologio e camicia) vengono stritolate delle persone: il potere che schiaccia i più deboli, ossia quelli che si fanno di eroina ai bordi delle strade. Povertà, sopraffazione e libertà, mi pare siano lampanti gli argomenti.

Il bassista e compositore Alberto Moreno, dice di aver creato inizialmente quel poster con la testa formata da un collage di immagini di templi antichi, rimandando volutamente all’idea di Museo. Lo studio grafico ha poi mantenuto l’idea della testa a collage, ma ci ha schiaffato dentro un’ accozzaglia di roba. Se poi ci aggiungi il colore nero di sfondo e il riferimento nel titolo all’opera “Così parlò Zarathustra”, del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, accostato al regime nazionalsocialista. Zarathustra all’epoca non era visto come un personaggio positivamente profetico, ma come emblema di un pensiero che aveva rovinato l’Europa. Diciamo poi che i regimi fascista e nazista, dopo la morte del filosofo, fanno propria la dottrina del superuomo.

La Rai censura il disco e i Museo Rosenbach vengono boicottati dagli ambienti musicali, nonostante cercassero di spiegare la loro posizione assolutamente opposta. Gli unici che trasmettono i brani in radio sono gli adorati Carlo Massarini, il mio Mr Fantasy preferito, e Caterina Caselli. Comunque, a proposito di Superuomo, fatevi ‘sto viaggio e aspettate quando la canzone vi sembra finita. Ricordatevi: MAI GIUDICARE DALLA COPERTINA!

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Eh, qua si parla di una voce tenorile unica nel suo genere, sofferta, tremolante, ma anche granitica e graffiata, con l’inconfondibile r moscia, Francesco Di Giacomo. Nei primi album godiamo del pianismo classico di Gianni Nocenzi fuso a quello “emersoniano” ed elettrico del fratello Vittorio.

Già che abbiamo parlato di copertine, sappiate che in quella del primo album omonimo del Banco de Mutuo Soccorso, che ritrae un salvadanaio, abbiamo un elemento tridimensionale, proprio come nella copertina del disco dei Velvet Underground & Nico con la banana di Wahrol in rilievo.

Ecco, in quest’album con il salvadanaio è presente uno dei brani che mi piacciono di più del Banco: la suite R.I.P il cui testo parla di una battaglia d’altri tempi vissuta, combattuta e vista da un soldato che poi viene pugnalato. Una canzone che amo, perchè è contro questa bestialità della guerra. Si parte dal sapore r’nr’r anni ’70 che poi, quando il soldato viene colpito, diventa uno struggente cantato di Di Giacomo accompagnato dal pianoforte. Poesia, cacchio.

Ora si è seduto il vento
Il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
Sugli occhi c’è il sole
Nel petto ti resta un pugnale
E tu no, non scaglierai mai più
La tua lancia per ferire l’orizzonte
Per spingerti al di là
Per scoprire ciò che solo Iddio sa
Ma di te resterà soltanto
Il dolore, il pianto che tu hai regalato
Per spingerti al di là
Per scoprire ciò che solo Iddio sa
.

Arriviamo al concept album “Darwin!” in cui si parla di evoluzionismo. Opera stupenda. Ecco, qui c’è un brano che mi fa piangere come la fontana di Piazza De Ferrari. Quella cavolo di voce di Di Giacomo mi sfonda i ventricoli del cuore… “750 mila anni fa l’amore?”. E’ una canzone d’amore magnifica, in cui un ominide desidera una sua simile del sesso opposto. Lui la osserva, la stringerebbe sul suo petto, danzerebbe con lei, ma rimane nascosto, perchè lui è uno scimmione e lei si spaventerebbe se lo vedesse, fuggendo via da lui. Si fa sera e lei va via.

Già l’acqua inghiotte il sole
ti danza il seno mentre corri a valle
con il tuo branco ai pozzi
le labbra secche vieni a dissetare
Corpo steso dai larghi fianchi
nell’ombra sto, sto qui a vederti
possederti, sì possederti, sì possederti.

Ed io tengo il respiro
se mi vedessi fuggiresti via
e pianto l’unghie in terra
l’argilla rossa mi nasconde il viso
ma vorrei per un momento stringerti a me
qui sul mio petto
ma non posso fuggiresti, fuggiresti via da me
io non posso possederti, possederti
io non posso, fuggiresti,
possederti io non posso
anche per una volta sola.

Se fossi mia davvero
di gocce d’acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei in verdi campi e danzerei
sotto la luna danzerei con te.

Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente
si è fatto scuro il cielo
già ti allontani resta ancora a bere
mia davvero ah, fosse vero
ma chi son io uno scimmione
senza ragione, senza ragione, senza ragione
uno scimmione fuggiresti, fuggiresti
uno scimmione, uno scimmione senza ragione
tu fuggiresti, fuggiresti

Nel terzo disco, “Io Sono Nato Libero”, c’è forse il brano più conosciuto di tutti: “Non mi rompete”. E’ un inno al mondo onirico. Si percepisce l’alienazione dell’uomo dalla società. Uomo che vuole chiudere gli occhi per evadere con la mente. Vuole che nessuno gli rompa gli zebedei, interrompendo il suo sonno. Musicalmente deliziosa, con un arpeggino delicato e un’apertura leggerissima come i sogni che tutti vorremmo fare, tra unicorni e prati di velluto. Se volete piangere con me, guardate questa versione dal vivo di “750.000 anni fa..l’amore?”

AREA

Mostri sacri nell’Olimpo degli dèi. Demetrio Stratos, divinità greco-egiziana, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori greci. Avanguardia, militanza politica reale, volta al sostegno della libertà di pensiero. Rock classico, Fusion, Jazz, Progressive. Sonorità che ricordano i Soft Machine. Davvero tanta, tantissima roba sul piatto. Quando suonano, sembra che ognuno vada per conto proprio, poi si incontrano e si fondono gli elementi.

Nel 1972 il batterista di origini turche Giulio Capiozzo, allievo del jazzista Bebop Kenny Clark, e Demetrio Stratos formano il gruppo de I Ribelli, famosi per la loro “Pugni chiusi”. Questa canzone tra l’altro la cantai alle selezioni di X-Factor, quando ancora era al servizio dei poveri come me, prima che sbarcasse su Sky. Avevo 17 anni. Comunque, tornando a noi, Demetrio molla il blues e assieme a Capiozzo alla batteria, Fariselli alle tastiere, Busnello ai fiati (principalmente sax), Lambizi alla chitarra (poi sostituito da Tofani) e Djivas al basso (Tavolazzi prenderà il suo posto) crea gli Area. Nel corso degli anni i componenti del gruppo entrano ed escono come quelli in attesa di prendere l’ascensore. L’etichetta Cramps di Gianni Sassi, intellettuale del PCI (dietro lo pseudonimo Frankenstein) pensa al gruppo come strumento di propaganda, attraverso la potenza della loro musica. Gli Area aprono concerti pure ai Gentle Giant.

Sono gli anni ’70, anni di fermento e di movimenti studenteschi. Gli Area si presentano con il loro primo album. “Arbeit Macht Frei”: l’insegna macabra all’ingresso dei campi di concentramento. Uno schiaffo in piena faccia. Sale tutto il rigurgito per gli orrori provocati dalla Seconda Guerra Mondiale.

retro ti ritrovi i componenti del gruppo spatasciati per terra (con Capiozzo che indossa la kefiah), circondati da una falce ed un martello, un disegno stilizzato di angelo, la foto di un lager, un mappamondo e una statuetta lucchettata, il tutto messo in fila sul recto. L’album è una schizofrenica fusione di ritmi primitivi, sonorità mediorientali, elettronica e salti in aria vocali di Stratos.

Si apre con “Luglio Agosto Settembre (nero)”, dove Settembre Nero si riferisce alla cellula palestinese vittima e carnefice degli scontri con il popolo israeliano. E direi che gli argomenti sono più che attuali, forse perchè purtroppo non è mai cambiato nulla. Il primo minuto ha come protagonista la voce calda e avvolgente di Rafia Rashed che recita una poesia araba. Poi, come un gancio ed un montante sferrati in pieno volto senza preavviso, partono i primi due versi strazianti

Giocare col mondo facendolo a pezzi

Bambini che il sole ha ridotto già vecchi”

Parte a stecca la parte musicale con commistioni multietniche. Ovviamente il messaggio del primo album non viene capito per niente dal popolino e rischia di creare scompiglio a un concerto di Joan Baez, organizzato dalla sinistra milanese nel 1974 al velodromo di Milano.

Il secondo album “Caution Radiation Area” è pesantino all’ascolto e gli Area vengono etichettati come “troppo difficili”, anzi… snob. Niente di più lontano dalla verità. Indubbiamente è un disco integralista basato su intere sessioni di improvvisazione. Gli Area si ispirano all’inno americano “violentato” da Jimi Hendrix e decidono di stampare il 45 giri con la loro versione rivisitata de “L’Internazionale”, la più famosa canzone socialista e comunista, vero e proprio inno dei lavoratori per eccellenza. Si tratta di un chiaro gesto di anticonformismo. Insomma, gli Area si schierano e vogliono creare Movimento. Il loro “Internazionale” viene criticato dagli integralisti della Sinistra, ma diventa anche un cavallo di battaglia nelle loro esibizioni dal vivo. Da questo momento il legame con il Movimento milanese si rafforza in maniera considerevole, vedendoli partecipare immancabilmente a tutte le sue principali iniziative future.

Arriviamo al mio adorato ed onomatopeico “Crac!” con, in copertina, delle belle ovette alla coque colpite da un cucchiaino. Crac, come il suono della rottura degli schemi. Discone eclettico ed avanguardista. Demetrio imita le melodia in contemporanea, c’è poco testo. Il primo pezzo è “L’elefante bianco”: la carica di suoni, più il cantato senza respiro di Stratos, danno l’idea di un ragazzo che corre e che non deve fermarsi, come le idee che devono crescere e scorrere come fiumi:

Corri forte, ragazzo, corri
La gente dice sei stato tu
Prendi tutto, non ti fermare
Il fuoco brucia la tua virtù
Alza il pugno senza tremare
Guarda in viso la tua realtà
Guarda avanti non ci pensare
La storia viaggia insieme a te.

Poi arriviamo, dopo altri tre brani, a “Gioia e rivoluzione”, un vero inno alla libertà di pensiero. Il mitra diventa un contrabbasso e al posto di colpi sparati, esplodono i pensieri e le idee. Con il suono delle dita (e, dunque, con la musica), si combatte una battaglia. Dunque, dunque, dunque, mentre la maggior parte delle band italiane prog sono portabandiera degli intellettuali di sinistra, frutto degli scontri studenteschi del ’68, gli Area sono i sovversivi che creano scompiglio. E io ci sballo.

Canto per te che mi vieni a sentire
Suono per te che non mi vuoi capire
Rido per te che non sai sognare
Suono per te che non mi vuoi capire

A testimonianza dei tanti concerti tenuti nell’estate del 1975, Cramps realizza un collage di incisioni live in Are(A)zione, “registrato dal vivo a Milano (Parco Lambro), a Napoli (Festa dell’Unità), a Rimini (Festa della Gioventù), a Reggio Emilia (Teatro Comunale) e in cento altri incontri col pubblico”: concerti registrati con un rudimentale registratore Revox a due piste, svolti durante manifestazioni e feste di partito. Vanno in brodo di giuggiole nel rapportarsi con il pubblico in fermento.

Durante i live Stratos prende a morsi una mela. Il loro brano “La mela di Odessa”, fa riferimento ad un fatto successo nel 1920, cioè quando un artista dadaista di nome Apple, dirotta una nave tedesca, regalandola ai russi, che avevano appena fatto la rivoluzione. Apple dirotta la nave e la porta ad Odessa. I russi fanno festa e al posto dei petardi e dei fuochi d’artificio, fanno saltare sia la nave sia i tedeschi. Sempre durante le esibizioni, eseguono l’inno “L’Internazionale” accompagnato da un bel pugno chiuso scagliato verso il cielo.

Demetrione inizia la carriera solista con le sue sperimentazioni e moltiplicazione dei canali vocali (con diplofonie e triplofonie), incidendo “Metrodora”, che è anche il nome di un’associazione culturale genovese, e “Cantare la voce”. Indubbiamente l’ascolto è tutt’altro che semplice, ma è affascinante e curioso. Stratos genio assoluto.

Arriviamo al 1978 con l’ultimo album: “Gli dèi se ne vanno, gli arrabbiati restano”. Nel 1978 se ne vanno gli dèi, divulgatori di demagogia, ma chi ci crede davvero resta. In Italia svaniscono i sogni di rivoluzione e di passione politica, i giovani si disilludono. Amo questo disco, anche se si discosta da quelli precedenti. Qui ci sono due pezzi che non smetterei mai di ascoltare: “Hommage à Violette Nozière” e “Ici on dance!”.

Violette Nozière è una ragazza francese protagonista, negli anni ’30, di un episodio di cronaca nera: avvelena i propri genitori con un sonnifero e ne inscena un finto suicidio accendendo il gas. La madre si salva, il padre muore. Quest’ultimo la stupra fin da quando è bambina e la madre ne è complice. La versione della Nozière non fu creduta perchè accusata di essersi occasionalmente prostituita e di aver frequentato un uomo di dubbia condotta. Bah. Secondo la considerazione dei giurati, Violette avrebbe premeditato l’assassinio per accapparrarsi il vil danaro ereditato. I benpensanti chiedono la ghigliottina, mentre i surrealisti vedono in lei un modello di resistenza all’autoritarismo familiare e all’ipocrisia sessuale borghese. Durante lo svolgimento del processo le dedicano un famosissimo hommage: una raccolta di poesie ed illustrazioni ad opera di André Breton, Paul Éluard ed altri artisti pubblicata in Belgio e parzialmente sequestrata dalla censura.

Violette viene condannata alla pena capitale, poi commutata in ergastolo, ma grazie a una condotta esemplare tenuta in carcere, viene scarcerata, si riconcilia con la madre e avrà cinque figli dal marito cancelliere.

La Francia la ritroviamo anche in “Ici on dance!”, titolo che prende spunto dalla medesima scritta apparsa sui muri della Bastiglia, durante il primo anniversario della sua presa, simbolo della rivoluzione. Il 14 Luglio 1780 si balla per le strade di Parigi e una grande fête de la Fèdèration fu allestita sul campo di Marte. Mezzo milione di cittadini che festeggiano assieme a cinquantamila federati, si ritrovano in quei giardini ed il quelle strade che il vento della rivolta aveva spazzato dalle macerie del vecchio ordine. Stratos sembra ululare all’inizio del brano, poi la sezione ritmica prende il sopravvento con sonorità etniche. Impossibile restare fermi, si scalpita… ICI ON DANCE!

Nel 1979 Demetrio è a New York e viene ricoverato per un’anemia aplastica. I componenti degli Area organizzano un concerto per aiutare i famigliari di Stratos per sostenere le spese mediche. L’occasione di solidarietà si trasforma in un commosso memoriale seguito all’inevitabile scomparsa del cantante. Si conclude un sogno di rivoluzione. Epitaffio di un momento storico incredibile. Quanto cacchio manchi Demetrio. Meraviglioso uomo, sublime cantante. INIMITABILE. Anzi, sentite i lavori di John De Leo, ex cantante dei Quintorigo (che consiglio a tutti di ascoltare). NOTEVOLISSSSSIMO. Grande sperimentatore, uno dei pochi a seguir le orme di Demetrio.

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